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Cronache dall’Europa che poteva essere.

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Edizione italiana · · Anno XXI dell’Unione · finzione dichiarata

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Cronaca dall’Europa che poteva essere. Punto di svolta: 2005.

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Economia · Katowice

L’elettricità pulita costa la metà del 2015. In Slesia il conto non torna ancora

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Tralicci dell’alta tensione in controluce all’alba sopra un paesaggio slesiano, il sole basso tra i cavi, la città nella foschia più in basso.
Le dorsali sopra Bytom all’alba. Sono le stesse del 2005, e non bastano.

Nella sala di dispacciamento di Katowice il prezzo all’ingrosso dell’elettricità si legge su uno schermo in alto a destra, e stamattina segna quarantun euro a megawattora. Dieci anni fa erano settantotto. Nessuno, qui dentro, alza lo sguardo a guardarlo: è un numero che scende da così tanto tempo che ha smesso di essere una notizia, come il prezzo del pane.

Che l’energia pulita costi poco, in Europa, è una di quelle cose che un ingegnere di trent’anni dà per scontate. La rete continentale interconnessa — il sogno che la Costituzione del 2005 mise nero su bianco tra le nuove competenze dell’Unione, e che ci sono voluti quindici anni a costruire davvero — fa una cosa sola, ma la fa bene: quando il vento soffia sul Mare del Nord, l’elettricità che la Danimarca non riesce a consumare non si spreca, scende lungo le dorsali fino alla Baviera e oltre. È meno romantico di come lo raccontano a Bruxelles. È solo rame, acciaio e un mercato unico che non si ferma alla frontiera.

Il punto è che la frontiera, sotto terra, c’è ancora. Le linee che entrano in Slesia sono le stesse di vent’anni fa, dimensionate per portare via il carbone, non per far entrare i picchi del Nord. Quando la rete è satura, il dispacciamento taglia: l’energia a buon mercato resta bloccata a monte e qui si brucia ancora gas per coprire la domanda. «Paghiamo l’elettricità verde degli altri a un prezzo che la nostra rete non ci lascia toccare», dice un dirigente dell’operatore polacco, che chiede di non essere citato perché la frase, a Varsavia, è politicamente incendiaria. È la versione orientale dell’antica lagnanza sull’azzardo morale: il Nord ha avuto i fondi per le dorsali, l’Est li sta ancora aspettando.

E poi c’è il conto che non si scrive sulle bollette. La Slesia era il carbone: centoquarantamila posti, all’inizio del secolo. Il Fondo europeo per la transizione giusta ne ha riconvertiti una parte — una fabbrica di celle per batterie a Gliwice, un polo di ricerca sull’idrogeno che assume ingegneri da mezza Europa. Ma chi aveva cinquant’anni e un’abilitazione da minatore non è diventato un tecnico di batterie con un corso di otto mesi. Marek Sobczak ne ha cinquantatré, lavorava nel pozzo di Bytom chiuso nel 2019, oggi fa manutenzione nello stabilimento nuovo e guadagna seicento złoty in meno al mese. «Il posto c’è», dice. «Mi hanno detto che dovevo essere contento, e in parte lo sono. Però mio padre, dal pozzo, ci aveva tirato su tre figli.»

Funziona, quindi, e costa meno, e non è la salvezza di nessuno. L’elettricità pulita europea è reale come la rete che ancora non la porta dappertutto e come l’uomo che ha tenuto il posto ma non lo stipendio. La differenza tra l’Europa che immaginava l’Unione dell’energia e quella che la abita è tutta qui: la prima vedeva una linea su una mappa, la seconda vive nei chilometri di rame che mancano ancora per chiuderla.