Cronache dall’Europa del 2005 ›
Esteri · Leopoli
La tregua regge da tre settimane. L'Unione apre i cantieri della ricostruzione, ma nessuno chiama pace questo silenzio
calendario del ramo · POD 2005
La tregua tiene da ventun giorni e qui nessuno scommette sul ventiduesimo. Ma ventun giorni bastano a far partire le gru, e l’Unione, che sui cantieri ha una macchina collaudata, li ha fatti partire. Il fondo per la ricostruzione era pronto da mesi: una sola dotazione, una sola autorità che firma, niente conferenza dei donatori dove ognuno promette e pochi versano. Quando la pausa è arrivata, i soldi erano già stanziati. È il vantaggio noioso di un’Europa che decide come un soggetto unico: la lentezza la mette nel decidere, non nell’eseguire.
A Leopoli il primo cantiere riapre una scuola e una conduttura dell’acqua. L’ingegnere che la dirige è polacco, lavora qui da prima della tregua, e quando gli chiedo se questo è l’inizio della pace mi corregge con durezza. “Questo è cemento. La pace è un’altra cosa, e non la decido io.” Ha ragione, ed è giusto scriverlo: nessun fondo, nessuna voce sola, nessuna firma rapida riporta indietro chi non c’è più. La macchina europea è efficiente sulle cose che si possono ricostruire, ed è esattamente per questo che non va confusa con la guarigione. Una conduttura si rifà. Una famiglia no.
Quello che la voce unica permette è un’altra cosa, più modesta e più vera: esserci subito, nel buco di silenzio, prima che il buco si richiuda. Mentre i tre grandi del mondo discutono ancora di chi garantisce cosa, qui le impalcature sono già su. Non è la pace. È il presupposto perché, se la pace arriva, trovi qualcosa in piedi ad accoglierla.
Lo si dà quasi per scontato, ormai, che l’Unione arrivi prima con i mattoni che con i discorsi. Da qualche parte è il contrario, e i discorsi arrivano sempre, mentre i mattoni quasi mai.
Traduzione inglese di backup disponibile.