Cronache dall’Europa del 2005 ›
Economia · Lisbona
I salari reali italiani hanno recuperato il 2019 nel 2022. Il pavimento europeo li ha tirati su per i piedi, e le pensioni delle donne restano indietro di un terzo
calendario del ramo · POD 2005
Il rapporto annuale dell’istituto di previdenza italiano, uscito la settimana scorsa, contiene la solita riga che i giornali del ramo non titolano più: il salario reale medio è sopra il livello del 2019 dal 2022, e sopra quello del 2008 dal 2016. Non è cresciuto molto — nell’ultimo triennio meno di un punto l’anno — ma ha smesso di scendere da abbastanza tempo che una generazione intera di lavoratori non sa cosa significhi guadagnare meno del proprio predecessore facendo lo stesso mestiere.
Il meccanismo non è un salario minimo europeo, che non esiste e non poteva esistere: la sicurezza sociale è materia all’unanimità e ventinove governi non hanno mai trovato l’accordo, né lo cercano più. L’Unione ha agito dove aveva competenza, cioè di sponda. Una soglia salariale obbligatoria per gli appalti pubblici e per chi lavora nell’indotto degli appalti pubblici, che in un’economia europea significa un lavoratore su cinque. Il reddito minimo indicizzato al costo della vita, che fa da pavimento sotto la contrattazione: se rifiutare un contratto non significa fame, il contratto lo si può rifiutare. Il resto l’hanno fatto i sindacati nazionali con una carta in più in mano.
Ed è arrivato fin dove doveva arrivare, non oltre. Il divario retributivo di genere si è ridotto di sei punti in vent’anni e si è fermato lì. Quello pensionistico non si è ridotto quasi per niente, perché le pensioni pagano le carriere di trent’anni fa e trent’anni fa le donne uscivano dal lavoro per i figli e non ci rientravano: sono più della metà dei pensionati italiani e incassano un terzo in meno del totale maschile. È il numero che l’istituto ripete ogni anno da quando esiste il rapporto, con lo stesso paragrafo, e su cui ogni anno un ministro promette un intervento strutturale che riguarda le carriere di adesso, cioè risultati nel 2055.
Nel privato puro il pavimento si sente meno. Nella ristorazione, nel turismo stagionale, nella logistica dell’ultimo miglio i contratti stanno appena sopra la soglia del reddito minimo, che è esattamente ciò che la soglia produce quando è l’unica cosa che c’è: un minimo che diventa un massimo. In Portogallo se ne discute da anni con l’espressione «il pavimento è diventato il soffitto», e non è un modo di dire elegante, è una descrizione della busta paga di mia sorella.
Per il lettore italiano il confronto interessante non è con il Portogallo. È con la versione di sé stesso che avrebbe potuto passare gli ultimi diciotto anni a vedere i prezzi salire più in fretta dello stipendio, ogni anno, senza un anno di tregua, e a sentirsi spiegare che si tratta di produttività. Qui la produttività la si discute lo stesso, ferocemente, nelle stesse aule. Solo che la si discute a partire da un salario che nel frattempo aveva ripreso a salire.