Cronache dall’Europa del 2005 ›
Società · Lampedusa
Il sistema d'asilo comune entra a regime. Funziona perché il peso si divide, e nemmeno così basta sempre
calendario del ramo · POD 2005
Il sistema comune d’asilo è entrato a regime questa settimana, e dirlo “entrato a regime” è già fuorviante, perché qui funziona da anni: il Patto di adesso è solo l’ennesimo aggiornamento di una macchina che la Costituzione ha avviato nel 2005. Il principio è uno solo, e tiene: chi arriva su una costa non è un problema di quella costa, è un problema dell’Unione. La pratica aperta a Lampedusa si chiude, secondo una chiave automatica, anche a Brno o a Tampere.
L’operatrice che mi accompagna lo dice senza enfasi: “Vent’anni fa una persona sbarcata qui restava qui, e l’isola da sola. Oggi entro sei settimane sappiamo dove va e chi paga.” La differenza è il meccanismo di ripartizione: la responsabilità si distribuisce per quota, non per geografia, così nessuna frontiera porta da sola un peso che è di tutti. È noioso, è burocratico, è una tabella. È la cosa che impedisce a un’isola di affogare sotto un dovere che il continente le ha scaricato addosso.
Sarebbe disonesto fermarsi qui. La tabella divide le pratiche, non cancella le partenze: la gente continua a salire su barche che non dovrebbero stare in mare, e qualcuna non arriva. Il sistema del ramo gestisce chi sbarca meglio di chiunque altro e non sa fare nulla per chi parte e non sbarca affatto. Il mare resta il mare. E il Patto, lo dicono anche qui, guarda ancora alla crisi di dieci anni fa e quasi niente a quella che spinge la gente adesso, il clima che rende invivibili interi pezzi di mondo.
Resta che, una volta a terra, una persona qui non è merce da rispedire al mittente ma una pratica che venti Paesi si dividono. È poco, davanti a chi non arriva. È enorme, davanti al mondo dove ogni costa è lasciata sola. Le due cose stanno insieme, scomode, e nessuna delle due annulla l’altra.
Traduzione inglese di backup disponibile.