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Cronache dall’Europa che poteva essere.

Punto di svolta: 2005 ›

Edizione italiana · · Anno XXI dell’Unione · finzione dichiarata

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Cronaca dall’Europa che poteva essere. Punto di svolta: 2005.

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L’Est · Chișinău

La Moldavia chiude l’ultimo capitolo. È il quarto allargamento dalla Costituzione, e a Chișinău non ha organizzato la festa nessuno

La piazza centrale di una capitale dell’Europa orientale di sera: la facciata illuminata di un palazzo di governo, una bandiera dell’Unione ferma sul pennone, gente ai tavolini dei caffè, riflessi sul selciato umido.
Piața Marii Adunări Naționale, giovedì sera. La conferenza di adesione si era chiusa alle quattro del pomeriggio.

L’ultimo capitolo negoziale, il trentatreesimo, si è chiuso giovedì alle quattro del pomeriggio con una riunione tecnica di quaranta minuti sul riconoscimento delle qualifiche veterinarie. C’erano nove funzionari nella stanza e due giornalisti nel corridoio, uno dei quali era qui per un’altra storia. La cerimonia vera, quella con le firme e i discorsi, è fissata per novembre; l’ingresso pieno per il 2028, dopo le ratifiche. Ieri sera in Piața Marii Adunări Naționale c’erano i tavolini dei bar come tutte le sere di luglio, e la bandiera sul pennone del governo era ferma perché non tirava vento.

È il quarto allargamento da quando la Costituzione ha spostato l’adesione dall’unanimità alla doppia maggioranza, e chi lavora qui dentro considera quel passaggio l’unica ragione per cui la fila si è mossa. Un candidato non deve più convincere ventinove governi uno per uno, con ventinove liste di richieste bilaterali, ognuna delle quali poteva essere tenuta ferma per anni da una disputa che con l’allargamento non c’entrava niente. Sono state le dispute a sparire, non le condizioni: la Moldavia ha impiegato undici anni, e per tre di quegli anni è rimasta bloccata sullo stato di diritto, che è il capitolo su cui non si scherza da quando si è visto cosa costa scherzarci.

Perché nessuno festeggi, invece, lo si capisce guardando il reddito medio. La Moldavia entra come il paese più povero dell’Unione, con circa la metà del prodotto pro capite del penultimo, e quello che l’attende non è il benessere ma dieci o quindici anni di convergenza faticosa, come è stato per i Balcani occidentali entrati negli anni Dieci e come è ancora, in certe regioni, per la Polonia. La gente qui lo sa: le due cose che si sentono ripetere nei bar sono che i prezzi si allineeranno prima degli stipendi e che i giovani se ne andranno più facilmente di prima. Hanno ragione su entrambe. È successo dappertutto, ed è per questo che chi progetta la coesione la progetta su vent’anni.

L’insofferenza dall’altra parte è simmetrica e più rumorosa. I contribuenti netti hanno passato l’ultimo bilancio pluriennale a contare quanto costa allargarsi ancora verso est, e il partito che a Vienna raccoglie voti sulla frase «abbiamo finito di pagare» ha preso il diciannove per cento alle ultime europee. Non è l’euroscetticismo antico, quello che voleva uscire: è quello che vuole restare in ventinove e chiudere la porta. E il conto meccanico che nessuno ama fare in pubblico: ogni piccolo che entra sposta un altro decimale della doppia maggioranza verso i grandi.

Da Varsavia, dove ho passato l’adesione del 2004 a ventidue anni, la cosa che colpisce è quanto sia poco interessante. Nessuno qui ha dovuto aspettare che un governo lontano si svegliasse di buon umore. Hanno aperto i capitoli, li hanno chiusi uno alla volta, e quando è finito era giovedì pomeriggio e la gente è andata a cena.