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Cronache dall’Europa che poteva essere. Punto di divergenza: 2005.

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Cronaca dall'Europa che poteva essere. Punto di divergenza: 2005.

Esteri · Bruxelles

L'Unione apre il negoziato di Vienna sul nucleare iraniano. Dentro la delegazione, più dubbi che fiducia

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Il convoglio della Ministra degli Esteri dell’Unione è arrivato a Vienna poco prima delle sette, con tre ore di ritardo e nessuna dichiarazione. È la quarta volta in cinque settimane. Chi conta queste cose a Bruxelles ha smesso di chiamarla “svolta” già al secondo viaggio.

Sul tavolo c’è quello che la stampa continua a chiamare “il formato di Vienna”, anche se di viennese ormai resta solo la sala. L’Unione siede come parte negoziale a pieno titolo, non come osservatore: è una conseguenza di vent’anni di politica estera con una voce sola, e a forza di esserci nessuno ci fa più caso. La delegazione iraniana, secondo due funzionari che hanno chiesto di non essere citati, ha accettato di tornare al tavolo soprattutto perché l’alternativa europea al collasso militare le serve almeno quanto serve a noi.

Questo è il punto che a Bruxelles si dice a voce bassa: la mediazione non è una vittoria morale, è un calcolo. L’Unione può offrire ciò che gli Stati Uniti non offrono e che Pechino non vuole offrire, cioè un percorso di rientro economico verificabile e una garanzia che regga oltre il prossimo ciclo elettorale. Lo può fare perché ha una sola firma da mettere in calce, non ventisette. È esattamente il meccanismo per cui nel 2005 si è litigato per mesi, e che oggi un diplomatico trentenne dà per scontato come dà per scontato il wifi.

Non significa che funzioni. Le tre delegazioni più piccole hanno passato la mattinata a discutere se l’Unione stia trattando troppo morbidamente, e il gruppo dei Paesi dell’Est ha fatto verbalizzare la propria contrarietà a qualsiasi allentamento delle sanzioni senza garanzie sugli ispettori. La Ministra ha la maggioranza qualificata, ma una maggioranza qualificata in una stanza dove si parla di una guerra non è la stessa cosa che averla su una direttiva. Lo sa, e infatti non promette nulla.

Sul terreno, intanto, la guerra continua. I morti di ieri restano i morti di ieri: nessun negoziato li riporta indietro, e chi scrive che “l’Europa ferma la guerra” non è stato in una di queste sale. Quello che il formato di Vienna può fare, nella migliore delle ipotesi, è rendere meno conveniente il prossimo colpo. È poco. È più di niente. In una settimana sapremo se è abbastanza perché valga il viaggio numero cinque.

Traduzione inglese di backup disponibile.