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Cronache dall’Europa che poteva essere.

Punto di svolta: 2005 ›

Edizione italiana · · Anno XXI dell’Unione · finzione dichiarata

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Cronaca dall’Europa che poteva essere. Punto di svolta: 2005.

Cronache dall’Europa del 2005 ›

Europa · Bruxelles

Un’azienda americana ha spento la sua intelligenza artificiale. Quella pubblica europea, accesa da quindici anni, non è la più brava: è per questo che nessuno la spegne

Una sala di calcolo pubblica con file di armadi server dalle luci verdi, un tecnico di spalle, su uno schermo un diagramma astratto di rete.
Il centro di calcolo pubblico di Lussemburgo: il modello gira qui, e qui resta.

La notizia, dall’altra parte dell’Atlantico, è che un grande laboratorio privato ha spento il suo modello: server staccati, clienti avvisati con due settimane di preavviso, anni di lavoro che da un giorno all’altro non rispondono più. A Bruxelles la cosa è arrivata come un fatto di cronaca estera, curioso e un po’ remoto, perché qui un modello non lo possiede nessuno che possa decidere di spegnerlo. L’assistente che gli europei interrogano per le pratiche, le traduzioni, le ricerche, è pubblico: gira sul calcolo pubblico dell’Unione, è stato addestrato su chip progettati in Europa, e i dati che riceve restano in Europa perché una legge dice che devono restarci.

È vecchio, questo assistente, e nessuno lo tratta come un miracolo. Lo si critica perché risponde un secondo più lento dei modelli privati che girano altrove, perché la sua cautela è proverbiale — «risponde come un funzionario», dicono gli studenti, e non è un complimento — perché gli aggiornamenti passano per una procedura europea che non ha mai avuto fretta in vita sua. La sovranità digitale, qui, non si annuncia: si subisce come si subisce l’ufficio anagrafe. Funziona, è lento, è tuo.

Che fosse tuo non era scontato. Lo decise la Costituzione del 2005, quando mise tra le competenze dell’Unione la ricerca e l’energia, e da lì discese il resto per inerzia ostinata: prima un fondo continentale, poi le fonderie di chip a Dresda e a Sines, poi la rete di centri di calcolo pubblici, infine il modello addestrato lì sopra perché tenerlo in mani straniere, a un certo punto, parve assurdo come affittare l’acqua. Ci vollero quindici anni e una quantità di soldi che ancora oggi qualcuno trova scandalosa.

E non senza il suo costo, che è sempre lo stesso. La ricerca migliore si è addensata in pochi poli — Delft, Dresda, qualche città del Nord — e il Sud teme di restare il posto dove si mettono i server e non i cervelli. L’assistente pubblico, proprio perché pubblico, è prudente fino alla noia: non azzarda, non stupisce, e chi vuole lo strumento più affilato ancora lo cerca fuori. Reggere la propria infrastruttura significa anche portarsene il peso: gli aggiornamenti lenti, le scelte fatte da un comitato, l’innovazione che arriva un anno dopo che altrove.

In Italia, dove di qui si discute di come non lasciare i dati dei cittadini alle piattaforme straniere, la cosa suonerebbe strana: il problema, nel ramo, non è dove finiscono i dati, è che il centro di calcolo che li custodisce sta in Lussemburgo e non a Napoli. Quando un laboratorio americano spegne il suo modello e mezzo mondo corre a chiedersi cosa farà adesso, gli europei alzano lo sguardo per un istante, e poi tornano a lamentarsi del loro, che è lento, è pubblico, e nessuno può spegnerlo.