IT EN Cos’è Eunomia
EU·nomia

Cronache dall’Europa che poteva essere.

Punto di svolta: 2005 ›

Edizione italiana · · Anno XXI dell’Unione · finzione dichiarata

‹ Prima pagina

Cronaca dall’Europa che poteva essere. Punto di svolta: 2005.

Cronache dall’Europa del 2005 ›

Esteri · Rotterdam

Hormuz è chiuso da sei giorni. L’elettricità europea è salita dell’uno per cento, e a Rotterdam litigano su cosa fare dei serbatoi vuoti

Primo piano di un braccio di carico marino arrugginito e della sua valvola chiusa sulla banchina di un terminale petrolifero dismesso, i serbatoi bianchi sfocati sullo sfondo.
Il terminale 4 di Rotterdam, chiuso nel 2019. La valvola non si apre da sette anni.

Il mercato elettrico europeo ha reagito alla chiusura dello stretto di Hormuz nel modo in cui reagisce a un temporale sul Mare del Nord: un punto percentuale, due giorni, poi la curva è tornata dov’era. Il prezzo del barile invece è salito parecchio, perché il barile serve ancora — alla chimica, alle navi, a un pezzo di trasporto pesante che nessuno ha finito di elettrificare. Ma la corrente che tiene accesi ventinove paesi non passa più da lì, e non ci passa da abbastanza tempo che i giornali hanno smesso di ricordarlo.

Sulla banchina del terminale 4, qui a Rotterdam, la faccenda ha una forma fisica. Sono ventisei serbatoi da centomila metri cubi l’uno, vuoti dal 2019, e una gru di carico che il porto tiene ferma perché smontarla costa più che lasciarla arrugginire. L’autorità portuale ne discute da tre anni: demolire, o riconvertire a stoccaggio di ammoniaca, o aspettare. «Il problema è che qualunque cosa decidiamo, la paghiamo noi», dice un dirigente che il piano di riconversione l’ha visto bocciare due volte. Rotterdam ha perso ottomila posti nella raffinazione tra il 2016 e il 2024. Li ha in parte rimessi altrove, nell’elettrolisi e nella logistica, e in parte no. Nell’Europa che ha smesso di comprare quel petrolio non tutti hanno smesso alla stessa velocità e non tutti sono stati risarciti allo stesso modo: Trieste ha ricollocato quasi tutti, Sines nessuno per sei anni, e in Slesia la parola «transizione» resta un insulto.

Il conto morale della settimana lo pagano comunque altri. Sono i marittimi delle navi colpite nel Golfo, che non hanno cambiato mestiere né rotta perché l’Europa ha cambiato mix energetico: equipaggi asiatici su navi battenti bandiere che non sono le loro, morti in una guerra che non è la loro. Lo stretto è chiuso per tutti. Ciò che il ramo europeo si è comprato in vent’anni non è la pace nel Golfo, che non dipendeva da noi, ma il fatto di non doverla implorare.

È l’unica differenza, ed è tutta qui. Quando nel marzo scorso il Brent ha superato i centoventi dollari, la Commissione ha diffuso una nota tecnica di due pagine sull’impatto atteso sui settori esposti e nessun capo di governo ha telefonato a nessuno. Non c’è stato un vertice d’emergenza, non c’è stato un ministro spedito in un emirato a chiedere volumi in più, non si è discusso di razionamento. Il commissario all’energia ha ripetuto in aula la frase che ripete da otto anni, quella per cui l’indipendenza energetica «non è un traguardo ma una manutenzione», e i deputati che gli hanno risposto lo hanno fatto sui costi della manutenzione, non sul principio.

A chi legge da Roma, dove d’estate il prezzo dell’energia si guarda come si guarda il cielo prima di un raccolto, questa noia dice qualcosa. Non che il Golfo sia diventato tranquillo: è chiuso, e ci muore gente. Ma che la distanza tra una crisi laggiù e la bolletta di qui è una cosa che si costruisce, un cavo e un impianto per volta, e che ci vogliono circa quindici anni. Il terminale 4 li ha visti passare tutti. Adesso è un problema di smaltimento.