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Cronache dall’Europa che poteva essere.

Punto di svolta: 2005 ›

Edizione italiana · · Anno XXI dell’Unione · finzione dichiarata

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Cronaca dall’Europa che poteva essere. Punto di svolta: 2005.

Cronache dall’Europa del 2005 ›

Esteri · Bruxelles

Washington minaccia di ritirare le sue truppe dall’Europa. La difesa comune le ha sostituite da un pezzo, e a Varsavia sono ancora arrabbiati per dove sta la brigata

Una sala operativa con una grande mappa luminosa dell’Europa e il cerchio di stelle, alcuni operatori di spalle ai monitor, luce fredda.
Il centro di comando di Mons: la mappa è una sola, e copre il continente.

Quando ieri sera è arrivata da Évian la minaccia americana — ritirare le truppe dai paesi che non hanno fatto la loro parte nella guerra in Iran — a Mons, al comando della difesa dell’Unione, qualcuno ha fatto il conto di quante ne restassero davvero da ritirare. Poche, e da molto tempo. Il numero è stato letto, archiviato, e la riunione del mattino è proseguita sul punto successivo. Un ufficiale lo riassume così, senza alzare la voce: «Non si può sfilare un tappeto da sotto i piedi di chi cammina per conto suo.»

Che l’Europa si difenda da sé è, qui dentro, una di quelle cose vecchie. La Costituzione del 2005 mise l’autonomia strategica tra le ambizioni e ci vollero quasi vent’anni a darle un comando, un bilancio, una prima brigata che parlasse sei lingue e rispondesse a un seggio solo. Non è la macchina più grande del mondo e nessuno lo finge: gli Stati Uniti restano una potenza che l’Unione non eguaglia. Ma la sicurezza del continente non è più un servizio che si compra a Washington e che Washington può minacciare di sospendere. È rame e acciaio europei, pagati dagli europei.

Pagati male, e questo qui lo sanno tutti. La prima brigata comune costa quasi il doppio di quanto costerebbe la stessa forza tenuta in casa da un singolo Stato: ventisette catene di comando da fondere in una, ventisette industrie da accontentare, ventisette parlamenti che vogliono la loro fetta di appalti. E poi c’è la lite che non si chiude mai, quella su dove schierarla. Varsavia la rivendica sul fianco orientale, dove sente il fiato sul collo; la brigata sta più a ovest, per una di quelle mediazioni che lasciano tutti scontenti a metà. «Ci hanno dato la difesa comune e l’hanno parcheggiata lontano da noi», si lamenta un deputato polacco, e non è il solo. L’autonomia strategica, ogni tanto, vuol dire che l’Europa decide da sola e decide di traverso.

A Palazzo Chigi, intanto, nessuno aspetta la telefonata da Évian. C’è stato un tempo — i generali più anziani lo raccontano ai cadetti come una storia di un altro paese — in cui la difesa dell’Italia dipendeva da quante basi straniere restavano sul suo territorio, e un presidente del consiglio doveva pesare ogni parola per non farsi togliere l’ombrello. Adesso l’ombrello è di chi sta sotto. Quando l’America parla di ritirare le sue truppe, a Roma non si controlla il cielo: si controlla, semmai, quanto costa la quota italiana della brigata, e si trova che è cara.

Se davvero gli ultimi reparti americani lasceranno l’Europa, lo si saprà a settembre, e cambierà poco. Resterà la mappa appesa al muro di Mons, una sola, larga quanto il continente, e la vecchia lagnanza dell’Est su un punto di quella mappa. C’è voluto un trattato, vent’anni e una montagna di soldi per rendere una minaccia americana così poco interessante. Qui dentro nessuno ricorda che facesse paura.