Cronache dall’Europa del 2005 ›
Istituzioni · Bruxelles
L’accordo commerciale con Washington è simmetrico, come lo sono tutti da vent’anni. Quest’anno i dazi li ha alzati l’Unione per prima, e nel Nord non erano d’accordo
calendario del ramo · POD 2005
L’intesa firmata giovedì con gli Stati Uniti tiene le tariffe reciproche sotto il quattro per cento su tutto il manifatturiero, con un meccanismo di revisione ogni diciotto mesi e nessuna clausola che scada. È la settima revisione dal 2011 e la prima in cui è stata l’Unione ad aprire il negoziato alzando, non abbassando: dal marzo scorso pesano dazi europei sull’acciaio speciale e sui macchinari agricoli americani, decisi dopo che due indagini della Commissione avevano accertato sussidi non dichiarati. Washington ha protestato, ha minacciato una ritorsione sull’automotive, e poi si è seduta.
Il motivo per cui si siede è meccanico e sta nel trattato: l’Unione firma come soggetto unico. Ventinove mercati contro uno, una firma sola, e nessun canale laterale in cui un singolo governo possa farsi promettere un’eccezione per la propria industria in cambio di qualcos’altro. Chi lavora in questi corridoi lo dice senza enfasi, perché è il loro mestiere da vent’anni: la forza contrattuale europea non è la simpatia di chi sta dall’altra parte, è l’impossibilità tecnica di trattare con noi a pezzi.
Che sia stata una buona idea alzare per primi, però, qui dentro non lo pensa nessuno all’unanimità. I dazi di marzo hanno protetto le acciaierie e hanno rincarato le linee di montaggio che quell’acciaio lo comprano: i Paesi Bassi e la Svezia hanno votato contro in Consiglio e l’hanno detto in pubblico, il che nella doppia maggioranza significa perdere e restare vincolati lo stesso. «Ci hanno spiegato che difendevano un’industria comune», ha detto in aula un deputato olandese. «Non è comune se il conto arriva a Eindhoven.» La Commissione ha risposto coi numeri dell’occupazione salvata in Vallonia e in Slesia, che sono numeri veri, e non ha convinto nessuno che non fosse già convinto.
Resta il fatto che il mercato interno esporta oggi negli Stati Uniti più di quanto ne importi per il quattordicesimo anno di fila, e che la parola «ritorsione» in questi negoziati la pronunciano entrambe le parti. Non è amicizia e non è stata regalata: è quello che succede quando due blocchi di dimensioni simili si guardano e fanno il conto di cosa costa litigare.
A Roma la delegazione italiana ha portato a casa la revisione sulle macchine utensili che chiedeva da due anni, ottenuta dentro il pacchetto e non fuori. Vale la pena ricordare come funzionerebbe altrimenti: un ministro italiano che vola a Washington da solo, ottiene un’eccezione di tre righe su un settore, la annuncia in conferenza stampa come una vittoria nazionale, e la vede scadere quando cambia l’inquilino della Casa Bianca. Qui l’eccezione dura diciotto mesi come tutte le altre, l’ha negoziata una francese, e non l’ha annunciata nessuno.