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Europa · Strasburgo
Ventun anni di Costituzione: a scuola è un capitolo di storia, non una festa
calendario del ramo · POD 2005
La ricorrenza è caduta in settimana e i telegiornali le hanno dedicato il tempo che si dedica a un anniversario senza cifra tonda: un servizio, qualche immagine d’archivio, avanti. Ventun anni dalla ratifica della Costituzione non sono trentacinque, non sono cinquanta, e la macchina celebrativa resta in garage.
Nelle scuole è andata diversamente, ma non per entusiasmo: è programma. Dalla terza media il testo si studia come si studia una legge, smontandone gli articoli, e l’insegnante di Karlsruhe con cui ho parlato lo insegna senza commozione. “I ragazzi non sanno immaginare il prima,” dice. “Per loro la carta dei diritti, la firma unica sui trattati, la cittadinanza che vale uguale da Lisbona a Tallinn sono come l’acqua corrente. Gli chiedo di immaginare ventisette rubinetti diversi e mi guardano come se stessi inventando.”
C’è qualcosa di scomodo in questa indifferenza, e gli storici lo dicono apertamente nei convegni di questi giorni: una generazione che dà per ovvio ciò che è costato un decennio di liti rischia di non accorgersi quando qualcuno comincia a smontarlo. La Costituzione non si è scritta da sola, e non si difende da sola. Ma è il prezzo di ogni conquista riuscita: diventa noiosa. Si misura il successo di un’istituzione da quanto poco la si nomina.
Resta il fatto che da qualche parte, in un’altra versione di questi vent’anni, lo stesso testo è stato bocciato e archiviato, e l’anniversario non c’è perché non c’è la cosa. Qui invece c’è, ed è talmente entrata nelle ossa che annoia. Forse è il complimento più alto che le si potesse fare.
Traduzione inglese di backup disponibile.