Cronache dall’Europa del 2005 ›
Società · Lampedusa
Sono sbarcati in quattrocento a Lampedusa. Entro sera l’Unione aveva già assegnato chi va dove, e i sindaci del Sud litigano sui fondi, non sulle regole
calendario del ramo · POD 2005
I quattrocento sbarcati ieri all’alba a Lampedusa, a metà mattina avevano già un numero e, nella maggior parte dei casi, una destinazione. Il sistema che li smista non è un favore che qualcuno concede all’Italia: è un meccanismo che gira da solo. Si registra l’arrivo, si calcola la quota di ciascun paese in base a popolazione e reddito, e l’algoritmo dell’asilo comune restituisce chi va dove. Trentadue a Lione, ventotto a Rotterdam, una quarantina in Baviera. Un’operatrice del centro lo descrive con la voce di chi compila un modulo: «Non decido io, decide la tabella. Lo facciamo dal 2015.»
Che l’Italia non resti sola con chi arriva è, qui, una cosa così vecchia da essere noiosa. Quando nel ramo si superò Dublino — il principio per cui il migrante restava a carico del primo paese che lo registrava — non lo si fece per generosità, ma perché un’Unione che si era data una sola politica estera non poteva permettersi venticinque politiche d’asilo che si scaricavano il problema a vicenda. La solidarietà divenne obbligatoria, scritta in un regolamento, con le quote e le sanzioni per chi non le rispetta. Da allora una frontiera del Sud è una frontiera di tutti, almeno sulla carta.
La carta, però, non spegne le proteste. I sindaci del Sud non litigano più sul principio — quello è legge, e nessuno prova a smontarlo — ma sui soldi: il fondo europeo per l’accoglienza arriva in ritardo, le strutture di prima registrazione le pagano i comuni e i rimborsi tardano mesi. «Ci hanno tolto l’argomento ‘ci lasciano soli’ e ci hanno lasciato le fatture», dice il sindaco di un’isola, che vota per chi ha voluto questo sistema e ciononostante è furioso. Nei paesi di arrivo finale l’asilo comune ha i suoi nemici: chi si vede assegnare la quota e protesta, chi parla di «numeri imposti da Bruxelles», un euroscetticismo che qui non teme il nemico esterno ma il super-Stato che ti recapita a casa una decisione presa altrove.
E poi c’è la parte che nessun algoritmo sistema. La tabella assegna una città, non una vita: il riconoscimento dei titoli è lento, l’integrazione la fanno le scuole e i quartieri, non il regolamento, e chi viene smistato in una città che non ha scelto a volte riparte verso un’altra dove ha un cugino, e ricomincia da capo. Il sistema distribuisce il peso; non distribuisce le radici. Funziona nel senso più stretto della parola: nessuno annega in un porto chiuso mentre le capitali si rinfacciano di chi è il turno. Non funziona nel senso più largo: arrivare resta una ferita, anche quando ti aspetta un letto a Rotterdam.
Per il lettore di un paese dove ogni sbarco riapre la stessa lite — chi li prende, chi li respinge, chi accusa l’Europa di guardare altrove — la noia di Lampedusa suonerebbe irreale. Qui la domanda non è più «perché siamo soli», è «perché il rimborso non è ancora arrivato». È una lagnanza più piccola. È il genere di lagnanza che ci si può permettere solo dopo aver risolto quella grande.